Dialoghi: jazz per due 2014

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Ex chiesa di S. Maria Gualtieri—Sala Politeama
Pavia
18.03-10.04.2014

È stata all’insegna dell’ibridazione tra fiati ed elettronica, questa XVI edizione della rassegna Dialoghi: Jazz per due, che si è tenuta a Pavia dal 18 marzo al 10 aprile scorsi.
Consueta la location: l’ex chiesa di S. Maria Gualtieri, che ha ospitato tre dei quattro concerti in programma. Quello inaugurale, che ha avuto per protagonisti Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, ha invece avuto luogo nella più capiente sala Politeama.
Consueta anche la formula, che da sempre caratterizza la manifestazione sin dal titolo: concerti rigorosamente in duo (quest’anno senza nessuna deroga, a differenza del precedente), con particolare attenzione a progetti e produzioni inedite, sovente concepite appositamente per il festival pavese. Roberto Valentino, direttore artistico di Dialoghi, ha come sempre assemblato un programma variegato, sia per provenienza geografica degli artisti, sia per genere e proposta musicale. Oltre ai già ricordati Fresu e Di Bonaventura (martedì 18 marzo), in cartellone c’erano Russ Johnson e Ken Vandermark (lunedì 24), Arve Henriksen e Jan Bang (venerdì 4 aprile), Umberto Petrin e Boris Savoldelli (giovedì 10).

Presente nei tre quarti della manifestazione, la tromba -più o meno filtrata dall’elettronica- ha fatto da trait d’union fra differenti mondi sonori. L’utilizzo di una testata per l’amplificazione e di effetti digitali è da tempo il tratto distintivo del suono di Paolo Fresu. Meglio sarebbe dire “dei suoni,” perché, come Fresu non si stanca di ripetere, quello della tromba con e senza sordina e quello del flicorno sono tre suoni diversi, ciascuno dei quali da curare e progettare indipendentemente.
Il musicista di Berchidda e Daniele Di Bonaventura sono sodali in una quantità di progetti che hanno esplorato, oltre al jazz, la tradizione folk di paesi e regioni disparati, dalla corsica alla Bretania, dall’America Latina alla Scandinavia.
A Pavia, i due hanno proposto una sintesi di tutto ciò, alternando loro composizioni (tra le tante: “Singultu” di Fresu e “Sanctus” di Di Bonaventura) ad arie operistiche e brani in senso lato popolari, tra cui un’esecuzione davvero toccante di “Te recuerdo Amanda” di Víctor Jara. Motivo dominante della serata, la ripetizione ironica della frase “non suoneremo il tango,” giacché, spiega Fresu, “il Bandoneon nasce in Germania, come strumento per accompagnare le funzioni religiose, quando non ci si poteva permettere l’organo: solo più tardi, con l’inizio del XX secolo, esso arriva in Argentina e diventa lo ‘strumento della perdizione.'” Naturalmente, tutto questo “evitare il tango” era funzionale a preparare una liberatoria versione de “El choclo,” suonata prima dei bis.

Completamente diversi sia l’uso della tromba sia il tipo di interplay nel secondo concerto, in cui Russ Johnson si è trovato per la prima volta a lavorare in duo con il sassofonista Ken Vandermark. I due hanno dato vita ad un set costituito per la maggior parte da improvvisazioni, sia soliste sia in coppia, inframmezzate da un paio di composizioni, che pure lasciavano largo spazio alla variazione estemporanea.
È stato questo l’unico concerto completamente acustico di tutta la rassegna. I due musicisti statunitensi si sono Tramadol mossi in una pluralità di registri espressivi, dal contrappunto vorticoso alle meditazioni su note lunghe e tessiture armoniche dilatate, in particolare Johnson esibendo la sua consueta padronanza strumentale e dell’intonazione.
Dopo i primi minuti in cui lo spiccato riverbero della sala ha creato qualche problema e ai due si è reso necessario calibrare l’emissione del suono in modo da evitare fastidiose sovrapposizioni, la performance è decollata e ha strappato ben più di una richiesta di tornare sul palco.

Di nuovo lo scenario sonoro cambia con l’arrivo in S. Maria Gualtieri, venerdì 4 aprile, dei norvegesi Arve Henriksen e Jan Bang.
Di nuovo una tromba, e di nuovo un diverso modo di interpretarne la tecnica e il ruolo nell’economia del duo. Sicuramente più parco nel virtuosismo rispetto a Fresu e Johnson, Henriksen ha messo a punto un modo assolutamente peculiare di pensare lo strumento, avvicinandosi, nell’approccio alle note, a qualcosa come una cornamusa o una zampogna, e nel contempo arricchendo questo suono con campionamenti in tempo reale ed effetti di vario tipo, dai delay ai chorus e flanger estremi. Alla parte dei campionamenti in tempo reale contribuiva anche Bang, aggiungendoli ad una libreria di altri suoni e ritmiche che dava l’impressione di essere decisamente vasta.

Anche questo concerto, come il precedente, si è basato in modo quasi esclusivo sulle improvvisazioni, seppure intese in modo molto diverso: a tre lunghe suite dai frequenti cambi tonali, della durata di circa venti minuti ciascuna, è seguito un bis più breve. Oltre alla reattività dei musicisti ai reciproci stimoli, del concerto ha colpito soprattutto l’estrema cura fonica, l’attento posizionamento delle fonti d’amplificazione, la verifica maniacale dei volumi, cosa non semplice, per un duo elettronico, in un luogo che suona in tutto e per tutto come una chiesa. Eccentrici e di gusto, i numerosi inserti vocali che scaturivano dalle pieghe delle improvvisazioni.

Proprio l’uso della voce, campionata e non, è stato l’elemento di continuità tra terzo e quarto concerto. Sul rapporto tra voce ed elettronica lavora dagli anni ’80 il bergamasco Boris Savoldelli. Lui e Umberto Petrin hanno presentato a Dialoghi uno spettacolo dedicato ad Ai Weiwei, in cui si alternano citazioni dell’artista cinese, improvvisazioni libere e standard del jazz e del rock.
Forse perché sono prima di tutto dei solo-performer, il cantante e il pianista tendono entrambi a saturare di note lo spazio. L’equilibrio della loro interazione corre costantemente sul filo del collasso, della sovrapposizione eccessiva, senza tuttavia cadere mai. Un’interazione ancora diversa dalle altre che hanno attraversato la rassegna: in questo caso un musicista, Petrin, occupava una dimensione esclusivamente acustica (il pianoforte non è stato microfonato), mentre l’altro si spostava dal ruolo di cantante in senso più classico a quello di beatmaker, introducendo parti ritmiche, “sporcando” l’emissione della voce con disturbi di frequenza e così via.
Tra i momenti più intensi, la versione scarna ed essenziale di “Dirt,” uno dei brani più noti di Johnny Cash.

By Luca Casaratti

Originally published May 13 2014

Sourced from: http://www.allaboutjazz.com/dialoghi-jazz-per-due-2014-by-luca-casarotti.php?&pg=2#.U4AI3S8bofE